TRA FAVOLE E FIABE

LA STORIA DELLA SICILIA DI TUTTI I TEMPI

(Carmelo Fucarino)




Devo confessare qualcosa che potrebbe stupire e interessare un’indagine psicoanalitica sul mio essere oggi, cioè che la mia infanzia, cioè la mia vita, non ha conosciuto il fascino, forse anche il terrore e l’angoscia suscitati da un buon numero di fiabe che allora da secoli imperavano nelle illusioni pedagogiche di educatori e inconsapevolmente pure dei genitori coinvolti e asserviti alle offerte dell’industria editoriale per bambini. L’educazione del terrore della punizione, il bau bau e il lupo cattivo arcinoto ancora oggi, quando per nuova consapevolezza si dice per scaramanzia non più “in bocca al lupo” o “crepi il lupo”, ma “viva il lupo”. Tanto per non dimenticare lo scongiuro di secoli di cattiva e falsa fama e di persecuzione. Ci furono tempi in cui uno Stato pagava le code di lupo conferite dai cacciatori. La punizione che era più pressante, se non da panico. Come in antitesi la gratificazione sempre sorta da paura: dai morti o dalla brutta Befana volante sulla scopa. Oggi quel mondo smitizzato nel suo legame con il culto e la sacralità e convertito nel gioco grottesco dell’industria americana, l’apparato degli “Halloween costumes, accessories, décor, and costume apparel”, che hanno orribilmente invaso anche le nostre strade, cancellando la nostra cultura e il culto dei morti che risale alle società primitive. La mia maestra del triennio elementare, ferma al metodo della bacchetta e delle mani sul banco, ci lesse, allora nel 1944, dal libro Cuore esaltanti storielle patriottiche come La piccola vedetta lombarda e Il tamburino sardo, apice emotivo Dagli Appennini alle Ande, e si avventurò in incursioni in alcuni eroi della Bibbia, tipo Mosè, Isacco e Giacobbe e David. Però un punto d’onore mi accomuna con Sara. Mia madre ben conosceva Giufà, narratogli certo da sua madre, e mi educò con “Giufà n’ha fattu e ni fa”. Perciò quello che ancora mi splende vivo davanti agli occhi quel Giufà che si “tira” la porta e la porta sulle spalle o che si sostituisce alla sghiocca, spiaccicando le uova. Pensate, tutto ciò che era in giro per l’Italia o per il mondo, come documenta Sara nella sua straordinaria raccolta Giufà giramondo (Sikè, Leonforte, 2021), ma in un paesetto sui Sicani proprio al centro della Sicilia nei primi anni ‘40. Narrava poi ancora mia madre lu cuntu di lu cicirittu con quell’intercalare “che longa sta scala”, contando con l’indice di una mano i gradini sulle dita dell’altra e i continui rimandi a mestieri ora quasi scomparsi da parte del galletto con la testa rotta. Questo volevo mettere come cappello al mio incontro con la fiaba: ‘u cuntu sicilianu, mentre la neve cadeva a fiocchi leggeri e i piedi eran ben caldi sopra il braciere. In seguito venne la favola, tutto l’altro di nonne terribili e di principi e fate, gnomi e sette nani, peggio ancora gli elfi e terre surreali alla Tolkien fino all’ultimo Harry Potter e compagni, ma tutto ciò fu a me totalmente ignoto e non lo incontrai se non come oggetto di studio da grande. Così Hänsel e Gretel e Biancaneve dei fratelli Grimm li conobbi per il testo tedesco che una mia amica aveva assegnato da Rizzitano, poi cultore di arabo e di inglese. La mia formazione si costruì sulla favola, quegli animali e quelle piante che insegnavano, l’indimenticabile lupo e agnello, quello straordinario Esopo, uno schiavo, venuto non si sa di dove, si dice, del VI sec. a.C. E poi il latino Fedro ( 20 / 15 a.C. circa – 51 d.C. circa), quello delle due bisacce di Giove, per giungere per mio capriccio a Jean de La Fontaine (1621-1695), ove la volpe se la vede con il gallo e il corvo. Da grande ho approfondito il tema della fiaba, la sua abissale diversità dal “logos” esopico e dalla “fabula” di Fedro. Erano gli anni di pieno furore della nascita dell’etnologia, padre internazionale Giuseppe Cocchiara. Pitrè era rimasto nell’ambito più noto delle tradizioni popolari, dei cunti e delle feste locali, mentre Cocchiara, preside a Lettere e animatore del Museo, con tanti illustri discepoli, Buttitta e Rigoli per tutti, si apriva all’immenso e alto universo del folk-lore (folk, “popolo” e “lore”, “dottrina”). Allora io affrontai il tema dei “Primitivi” moderni e del loro epos orale. Così saltai di pieno La sirenetta che conobbi in scultura al porto di Copenaghen e Hans Christian Andersen (1805-1875) con il suo brutto anatroccolo e la lacrimevole piccola fiammiferaia. Seppi per ridere di La principessa sul pisello. Eppure nel 2005 era stato tradotto in 153 lingue. E non seppi del terribile Charles Perrault (1628-1703) con La bella addormentata nel bosco, Cappuccetto rosso, Barbablù che tanto hanno pesato sulla psiche miliardi di bambini, come le diverse Cenerentola, con oltre trecento versioni dall’antico Egitto, alla carrozza di zucca di Walt Disney. Anche il Gatto con gli stivali mi fu noto per ridere. Seppi poi di queste fiabe attraverso i balletti russi. Ancora da grande appresi degli spauracchi dei bambini nel mondo greco e ne divulgai il fenomeno (vedi online youtube, Conferenza di Carmelo Fucarino su Gli spauracchi dei bambini nell’antichità, e in blog Lions Palermo dei Vespri, Gli spauracchi dei bambini). Solo da grande appresi pure di Gianni Rodari e della sua arte eccelsa. Saltai perciò il profondo corso popolare, ricreato e diventato letteratura da narratori smaliziati. Allora per me squattrinato tredicenne fu la BUR a condurmi alla narrativa per grandi, da Delitto e castigo a Madame Bovary. Figuratevi seppi di Pinocchio da grande e lo lessi per studio. Ma quello che mi guidò meglio da grande verso la fiaba fu il Gianni per antonomasia, cioè Rodari. E credo che oggi nessuno possa farne a meno con la sua Grammatica della fantasia (1973). Ma quello che mi spinge a ricordarlo sono soprattutto le sue Fiabe lunghe un sorriso (Roma, Editori Riuniti, 1987) e le Fiabe e fantafiabe (Trieste, Einaudi ragazzi, 1994). Tutto questo battere sulla fiaba antica e moderna per presentare l’ultima prova di Sarà Favarò. Per economia di spazio rimando al suo sito per la conoscenza della sua proteiforme attività che va dalla creazione musicale classica e rock e della sua diffusione nel mondo con il Gruppo Etno-Rock Sikelia, fondato e tenuto assieme al fratello Giovanni, alla saggistica e al giornalismo (da Il Giornale di Sicilia a Sikania), come al contatto diretto con gli ascoltatori come attrice e cantautrice, della quale ci ha offerto un saggio sorprendente in questa serata. Suo palcoscenico la compagnia teatrale I mafiosi di Partanna – Mondello e il Gruppo Arte Sikelia. Ricordo la sua lunga e profonda esperienza di etnologa, da Meli a Pitré, da Petru Fudduni a Giufà, scioglilingua e indovinelli e proverbi e filastrocche e modi di dire, fino all’arte e alla cultura- senza omettere miti e divinità sicule, leggende e riti cattolici da S. Giuseppe a Babbo Natale alla Pasqua a Santa Rosalia, ai dolci e ai Santi - e le sue infinite ricerche in merito. Posso e voglio soffermarmi soltanto su questo suo ultimo gioiello, l’avvincente e coloratissimo L’aquilone della pace (Associazione Villagio Letterario, 2022). Esso segue il metodo e si presenta sulla scia di testi affascinanti, si colloca nella linea inventiva della leggerezza e dell’allegria che troviamo in I miei capelli, la storia delle tre bambine, annoiate e desiderose di mutamento e l’incontro prodigioso con Giulia, la bambina col turbante. Oppure l’identica gioiosità e leggerezza di Lenzuola nel vento. Anche qui protagonista e motore dell’azione è quel soffio di vento che gioca con un foglio di giornale. E mi riporta in un viaggio a ritroso nel caldo fluido amniotico, quel nostos alle origini, nella evanescenza onirica del mio essere bambino. Questa la sensazione di leggerezza che si espande allo svoltare lentamente tra un ricordo e un altro le pagine di questa specie di almanacco o abbecedario in formato, l’immagine che si imprime alla vista, il disegno appena accennato, ma che rievoca i concreti oggetti e personaggi e che in un momento si sviluppa nel testo con la sua semplicità e armonia, soprattutto nello stupore e candore dei volti. A differenza della fotografia che mi rende la realtà nel suo attimo immutabile, un battito di ciglio, il segno appena accennato e nato dalla fantasia creatrice, vero e proprio fulmine d’arte, mi lascia spazio per ricrearlo in carne e ossa nella mia immaginazione. Ricordo un’ora di lezione del mio prof di letteratura italiana, in omissione del Dante da lui spesso risolto a quiz su pene e personaggi, la fantasia su Imagination, «Imagination is funny, it makes a cloudy day sunny / Makes a bee think of honey just as I think of you / Imagination is crazy, your whole perspective gets hazy / Starts you asking a daisy "What to do, what to do? / Imagination is crazy, your whole perspective gets hazy / Starts you asking a daisy "What to do, what to do?"» (Frank Sinatra, 1961). Oggi il fascino di queste fiabe, nell’imperversare delle graphic novel anche per bambini in cui prevale ancora il tema dell’horror e del maleficio per esorcizzarlo e indicare la via da non percorrere. A differenza della fiaba che punti alla via da percorrere per diventare uomini volti alla Bellezza e alla Libertà, uomini che imparano la strada per godere degli anni che Dio ci concede. Perciò la leggerezza e la soavità delle fiabe di Sara Favarò indicano la via semplice e nuova da percorrere per educare i bambini, un foglio che vola, e la consapevolezza dei valori della vita, quelli positivi. E lode anche ad Umberto Marsala che ha saputo rilevare nell’immagine la dolcezza di questa narrazione nel volto estasiato, occhi stupiti e sorriso di labbra, e nel paesaggio in cui già dalla copertina i moderni grattacieli sono immersi nel verde dei prati, nel fantastico rosa di alberi da fiaba, nei colori in cui prevalgono il verde, il rosso, il giallo, certo azzurro pieno sfondo della pagina.. Già il titolo è eccezionale per la simultaneità dei tempi che stiamo vivendo, tremendi tempi. Esso è estremamente esplicativo, L’aquilone, simbolo dei giochi infantili più semplici in cui lo sguardo e l’animo del bambino si libra nel libero volo, l’aria senza limiti e costrizioni, il volo nella LIBERTA’. Ma essa si concretizza e specifica nella PACE. Non poteva cadere più opportuno tale tema. Un bambino a cavalcioni su un ramo di un solido albero e un foglio che circola impazzito tra il desiderio e lo slancio di volare in alto e la improvvisa caduta a terra. Come nei tanti slanci umani che spesso sono seguiti dal patapum. Qui almeno “su un campo fiorito”, cosa che in genere non avviene all’uomo. E qui comincia lo stupore del colloquio tra Luciano e il foglio che “danza nel vento”, “messaggero di pace”, con il suo “importante compito da svolgere”, “regalare sorrisi a quelli che hanno il cuore triste”. Siamo alla perfetta antitesi dell’antica fiaba del terrore, l’altra faccia scura della luna. Qui c’è il “corriere di allegria”, ma un fiume lo divide da persone scontente, da un lato prati verdi, fiori, alberi, ove si vive al contatto con la natura, e là “adulti e bambini che hanno perduto il sorriso”. Perché? “perché dove c’è il sorriso regna la pace”. E siamo giunti al punto clou della didassi, quel ribaltamento che apre nuovi orizzonti alla formazione dei bambini, quelli che giocano assieme felici, quelli che “credono nelle fiabe dove non ci sono orchi e lupi cattivi”. L’altro passaggio nuovo è la richiesta di aiuto ai genitori. Qui è necessaria l’esperienza dei grandi, non solo ideale, ma anche tecnica per far volare il giornale di pace, per sorvolare il fiume che divide questi mondi opposti della gioia e dell’infelicità. Vi lascio al piacere dell’invenzione fino a quando il foglio-aquilone si libra in aria nel folle volo, ormai armato di bella coda e stupende ali. Tra soffi di venti contrari, bello, elegante il “Messaggero di pace” raggiunse la meta” e fra gli sguardi dei bimbi da entrambe le rive le sue ali da piccole strisce colorate “divennero un’unica grande bandiera di pace”. Nonostante e in nome della PACE, fra ossessi e scalmanati omicidi sostenitori delle due parti in conflitto, il messaggio si materializza in una offerta per tutte le parti che spingono e sostengono la strage, la più pazza efferata inumana selvaggia carneficina, quelli che da innocenti pagano con la vita, militi russi e ucraini, civili ucraini mai interpellati, ma mortalmente coinvolti nelle strategie di potere e di denaro di Stati che stanno a guardare e si arricchiscono con la fabbricazione delle armi, tutti bisognosi di un vero messaggio di semplice umanità, un invito a dimenticarsi delle nostre origini omicide da Caino. Perciò il testo nella lingua dei coinvolti, carnefici e finti innocenti, in inglese, russo, ucraino (uno sguardo alla stretta parentela tra le due lingue, sia grafica con il cirillico, sia linguistica con lo slavo), e infine cinese, per chi sta semplicemente in vigile attesa. Forse sarebbe il caso di regalarlo ai grandi. I bambini sanno e stupiscono per quello che avviene, ma nulla potranno per fermare il macello che cinicamente armano i loro genitori.
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